giovedì 8 agosto 2013

All’ Unitré argomenti e materie collegate alla Letteratura 9.0


Alessandria, 4 giugno 2012
Giancarlo Cernetti e Piera Maldini
Certamente la Letteratura ha meccanismi propri che si attivano con scrittori e poeti nelle loro opere che si diversificano in romanzi, poesie, novelle e quant’altro in grado di delineare e approfondire sentimenti, sensazioni, fatti. 
Seguendo l’enunciato il primo corso monografico, tenuto all’Unitré di Castellazzo Bormida riguardante la donna nella Letteratura italiana alle sue origini, dal titolo “Chi dice donna dice Dante”, rientra completamente negli schemi letterari. Attraverso le liriche della Scuola siciliana si scopre l’ardore dell’uomo verso una donna che lo fa soffrire perché irraggiungibile, e non potrebbe essere altrimenti, visto che il disperato si rivolge non già alla propria moglie, ma a quella di un altro. La donna diventa angelica nel “Dolce stil Novo” e per Dante Beatrice é la persona che riuscirà a salvarlo dalle miserie terrene, elevandolo al Paradiso. Con Cecco Angiolieri si fa strada il realismo, per cui, come dargli torto, vuole per sé solo donne belle e leggiadre per lasciare senza alcun rimpianto le zoppe e brutte agli altri. E con Boccaccio ci troviamo di fronte una donna, Brunetta, amata da cuoco Chichibio, ormai smaliziata, che sa di ottenere tutto ciò che desidera, facendo ricorso alla propria femminilità.
Ne “ L’epoca Risorgimentale tinta di rosa, tre donne protagoniste:Anita Garibaldi, l’eroina dei due mondi, la Spigolatrice di Sapri, la pietosa spettatrice, la contessa Castiglione, la diplomatica dalle virtù nascoste” secondo corso monografico di Letteratura, la poesia di Luigi Mercantini, dedicata alla triste spedizione di Carlo Pisacane, frainteso e attaccato proprio dai contadini meridionali che avrebbe voluto emancipare, è un esempio di come il Romanticismo si è legato al Risorgimento, evidenziando un legame privilegiato tra le due
materie culturali umanistiche.
 Nel corso monografico di quest’anno avente come argomento: ”Alla ricerca di Gamondio, la ricostruzione in Castellazzo Bormida e in Alessandria” l’abbinamento Storia/Letteratura si è basato sull’individuazione di autori, pochi peraltro, che hanno scritto intorno ai Longobardi. Questo popolo germanico ha denominato il borgo da loro fondato, diventato poi l’odierno Castellazzo Bormida, seguendo schemi di lingua tedesca ( per questo ci riesce difficile comprendere di primo acchito il significato) unendo gau = sito a mundio = protezione, ottenendo insomma quello che Gamondio significa ovvero Protettorato. Giulio Cesare Croce poi ne “ Le sottilissime astuzie di Bertoldo” ci parla di uno sgraziatissimo contadino (tutto il roverso di Narciso), Bertoldo, che per il suo spirito e il suo ingegno però era tenuto in somma considerazione da Alboino, il re che ha condotto nel 568 i Longobardi in Italia, e per questo era sempre ben accetto alla sua corte. Nella seconda novella della terza giornata del Decameron, Giovanni Boccaccio ci racconta dell’intreccio inconsapevole tra la regina Teodolinda, moglie del re Agilulfo e uno scudiero perdutamente innamorato di Lei. Il buio, le camere, separate tra uomini, donne e servitù, favoriscono il desiderio del palafreniere di giacere con la sua sovrana. Il re, parlando con la consorte dalla quale nottetempo si era recato, si rende subito conto dell’accaduto e per scoprire e poi punire il colpevole si reca nel dormitorio dei famigli, con lo scopo d’individuare attraverso i battiti del cuore il peccatore. Al palesato taglia quindi una metà dei suoi capelli. Costui però astutamente procede allo stesso taglio a tutti gli altri uomini, che stavano dormendo. Il giorno dopo il re, riuniti con la luce del sole gli armigeri, e accortosi dell’astuzia del vero implicato, non ricorre a torture, esami, domande, ma semplicemente ammonisce tutti i presenti “ chi il fece nol faccia mai più”, parole ovviamente comprese solo dall’interessato, che salvano però la buona reputazione della sua sposa. Il giudizio, che tuttavia pesa negativamente sui Longobardi, è quello espresso da Alessandro Manzoni nel primo canto di Adelchi. Il principe è il figlio di Desiderio, l’ultimo re dei Longobardi, sconfitto nel 774 dai Franchi, guidati da Carlo Magno, chiamato dal Papa, preoccupato delle mire espansionistiche di quei barbari, che da due secoli si erano insediati in Italia da dominatori. Sarà proprio Papa Leone III a nominare il vincitore Carlo, imperatore dell’area geografica, comprendente le odierne,  Germania, Francia, Italia. Il grande scrittore incolpa il popolo invasore di aver diviso l’Italia, orientando il Nord verso l’Europa e il Sud verso gli stati afro-asiatici e di aver reso i Romanici :”..un volgo disperso che nome non ha”, che pur di non sottostare sotto i Longobardi sperava che i Franchi li rendessero liberi. Per Manzoni il forte vincitore fa comunella col nemico vinto, restando entrambi a dominare, e dividendosi servi, bestiame e campi, bagnati dal sangue sia dei popoli invasori della penisola che dei Latini massacrati durante gli insediamenti. In questa puntuale analisi c’è solo un particolare non trascurabile: non possiamo continuare a denigrare e a nascondere quello che i Longobardi hanno compiuto perché noi ne siamo i diretti discendenti, a cui dobbiamo anche dei riconoscimenti. 
Se il legame Letteratura/ Storia appare scontato, perché da sempre ci hanno orientato scolasticamente a questa connessione, meno usuale è la relazione tra la Letteratura e l’Astrologia. L’insegnamento all’Unitré di quest’ultima disciplina, nella dissertazione di Sole, Luna, pianeti, segni zodiacali, case, tema natale, ha inserito quest’anno uno studio di Giuse Titotto che esamina in chiave astrologica, non già sul destino riservato a Cesare Pavese in rapporto alla data di nascita – il tema natale- bensì sul suo romanzo: ”Il mestiere di vivere”. Nato a Santo Stefano Belbo il 9.9. 1908 alle ore 6.00, lo scrittore, del segno della Vergine ha un tema difficile da vivere che concorda con la sua vita infelice, e coincide con le espressioni usate nell’esteso racconto. Il titolo stesso ricorrendo al sostantivo di “mestiere” è di per sé rappresentativo di un nativo sotto questo segno che riduce il tutto a prassi quotidiana come vuole la sua tempra d’instancabile lavoratore e non a lampi di originalità artistica di altri segni, non legati alla Terra. I valori della Vergine emergono nell’ostinata pignoleria con la quale Pavese per esprimere concetti, critiche ricorre spesso allo stesso vocabolo, ma avendo a che fare anche con la Bilancia assume funzione estetica, moraleggiante, giudicante.
Nel libro ad esempio ci sono spesso parole quali:”errore, colpa, peccato” la ricerca dell’errore è tipicamente Vergine, le altre due più attinenti alla Bilancia. “Abitudine”, la routine è tipica della fissità della Vergine, che vuole tutti uguali e teme il diverso.”Solitudine”, come Piemontese (il Piemonte è Vergine)Pavese ha scarsa capacità comunicativa, ed essendo molto concentrato su se stesso non riesce a trasmettere ad altri se non il suo scrivere. Altre frasi mettono in luce i sentimenti di disprezzo misto a paura nei confronti della donna, che accomuna nei difetti a quelle da Lui conosciute.
I condizionamenti dell’Astrologia sulle persone sono innegabili e il caso Pavese induce a rileggere quanto da Lui scritto, esaminandone le duplici sfere.