venerdì 18 novembre 2016

Italiani all’estero, il voto vale un caffè. Come clan e partiti s’imboscano i plichi

Dal 2006, centinaia di denunce sulle urne all’estero: i capibastone dilagano dalla Germania all’Argentina
Il prezzo di un caffè, l’offerta più bassa. Raccontò Rosario Cambiano, italiano di Colonia, in Germania, e candidato azzurro alla Camera nella ripartizione Europa: “Se lei venisse nei bar italiani si renderebbe conto di persona. Ci sono tre, quattro clan che chiedono alla gente le buste elettorali e sono tutti di centrosinistra. Dicono: ‘Ti serve la busta che ti è arrivata dal consolato? E dammela dai, che ti offro un caffè’. Ne racimolano non so quante e poi il voto lo scrivono loro stessi”. Era il 2006, la prima volta degli italiani all’estero alle elezioni politiche. Questa testimonianza fu raccolta dal settimanale Tempi in una documentata inchiesta sui brogli sul voto di quell’anno, vinte dall’Unione di Prodi. Il prezzario andava dal caffè agli 8, 30 o 50 euro.
Il flop della “Tremaglia” e l’ira di B. quando perse
Il voto degli italiani all’estero è stata una storica battaglia di Mirko Tremaglia buonanima, repubblichino di Salò e poi esponente di rango della destra missina. Quando però Silvio Berlusconi scoprì di aver perso le elezioni per soli 24 mila voti, sempre nel 2006, la sua prima reazione fu: “Quel coglione di Tremaglia e le sue fisime sulle liste degli italiani all’estero”. Il centrosinistra, infatti, conquistò gran parte dei 18 seggi in palio (12 alla Camera e 6 al Senato). Il povero Tremaglia abbozzò questa eroica difesa, invano: “Bisogna ripetere le elezioni nelle circoscrizioni estere per le irregolarità diffuse: oltre 228 mila aventi diritto, il 10 per cento del totale, non hanno ricevuto il plico elettorale e non hanno potuto votare”. Continua a leggere…