mercoledì 2 novembre 2016

Lo spirito di Norcia. Come i benedettini ricostruirono l’Occidente

(di Vittorio Macioce su ilGiornale.it) – Pietra su pietra. Ancora una volta con le mani nelle macerie, con la fatica, con l’ingegno, con la speranza, perché crollano i muri ma non le idee, non ciò che sei, senza maledire il cielo, perché tanto è inutile, ma come Giobbe resistere a ogni sventura e ricominciare. Si chiama fede o orgoglio o antica cocciutaggine di chi si porta nel dna mille e più di mille anni di cadute e resurrezioni, come il pugile che sa che la sconfitta non è cadere ma non rialzarsi mai. Quando padre Bruno Marin solleva la testa davanti alla basilica di San Benedetto a Norcia, a ciò che resta, indica esattamente questo. I benedettini custodiscono lo spirito e il destino di queste terre, di una civiltà, di quella che in qualche modo possiamo chiamare Europa. Non come continente. Non come ultra Stato. Non come legge, potere, denaro o burocrazia. Neppure solamente come religione. È qualcosa di più intimo e umano. È il nostro sguardo sul mondo.Non è un orizzonte sicuro quello dove si ritrova a vivere Benedetto da Norcia. Sono passati cinquecento anni dalla nascita di Cristo. Roma da tempo non è più un impero. Non c’è equilibrio. Non c’è legge. Non c’è una morale. Il futuro non è di questo mondo e ci si affanna a sopravvivere, con questa penisola che è un incrocio di genti che da ogni valico o porto passano e razziano perché così è la vita. Non c’è un posto sicuro e dove un tempo c’era il potere ora c’è solo deriva umana e corruzione. Quella di Benedetto è una fuga, verso terre di frontiera, lontane, periferiche. Fuga da Roma per lo schifo che si respira. Fuga dal rifugio di Subiaco, per l’invidia di qualche mediocre, fuga dal mondo. Ricostruire. Ricostruire un passato e un futuro. Dove? In alto. Sulla cima di un monte. Montecassino. L’idea è di mettere insieme una comunità di individui di buona volontà, dove si prega e si lavora e si ritrova se stessi. E qui arriviamo alla famosa Regola.
Quello di Benedetto è un progetto, una visione, un programma di vita. È un consiglio per mettere un po’ di ordine al caos. È un modo per ricominciare. Sono parole su carta che fissano dei punti, scandiscono la giornata. La parte finale, una sorta di post scriptum, è una confessione di umiltà e saggezza. Non è un’utopia. È, scrive Benedetto, un punto di partenza. Quella Regola, vista con gli occhi del 2016, assomiglia a un software open source, un programma aperto, senza diritto d’autore, che ognuno può modificare e adattare alle proprie esigenze. Ed è per questo che sarà virale. Benedetto, che forse non era neppure prete, non crea un ordine rigido. Ogni comunità si organizza come meglio crede e non deve per forza fare capo all’abazia madre. Continua a leggere….