mercoledì 23 novembre 2016

Violenza contro le femmine umane e non umane

Violenza contro le femmine umane e non umane
Riflessione per la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne
Il 25 Novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con risoluzione 54/134 del 17.12.99, in ricordo del 25 Novembre 1960 quando, nella Repubblica Dominicana, le tre sorelle Mirabal furono torturate, massacrate, strangolate e gettate in un precipizio mentre si recavano in visita ai loro mariti incarcerati dal regime dittatoriale di Rafael Leonidas Trujillo. Questa giornata serve a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del femminicidio che il Vocabolario Treccani definisce: «Uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna e del suo ruolo sociale. (…)».Contrariamente a ciò che suggerisce il suffisso ‘–cidio’, non si tratta di arrivare all’estremo, cioè uccidere una donna, ma di esercitare violenza su di lei allo scopo di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, secondo un perverso modello comportamentale in cui pare legittimo un esercizio di potere dell’uomo sulla donna.
Lo stesso Vocabolario dà una definizione di femmina: «(…) Dal punto di vista biologico si definisce femmina, e si indica col simbolo ♀ l’individuo che produce solo gameti femminili (…) Ma nel linguaggio comune è per lo più spregiativo: una femmina disonesta; una mala femmina; femmina di mondo, meretrice; (…) il senso spregiativo è anche evidente nei derivati (effeminare) (…) . 

In altri casi (…), indica la donna che possiede in grado notevole le doti fisiche, fisiologiche e psicologiche che la rendono desiderabile all’uomo, e che sa farle valere per rendersi attraente: una donna veramente femmina. Nell’uso antico si distingueva tra femmina e donna, indicandosi col primo termine genericamente il sesso, col secondo la donna di alta condizione (corrispondente all’odierno signora); (…)». IlVocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Francesco Bonomi sottolinea l’origine animale della parola latina ‘femina’ «(…) L’animale di sesso opposto a quello del maschio destinato a custodire nel suo seno e a partorire il feto o a mandar fuori le uova (…)». Quindi pare tracciato un solco tra la femmina e la donna ma resta il fatto che oggi si parla di ‘femminicidio’ (uccisione della femmina) non di ‘uxoricidio’ termine derivante dal latino, ‘uxor’, che allude all’uccisione di una donna in quanto moglie. Nella lingua inglese la parola ‘femicide’ esiste dal 1801 e nel 1992 a essa si accostò ‘feminicide’ coniata dalla criminologaDiana Russell che la usò in un saggio. Nel 1993, l’antropologa messicana Marcela Lagarde usò la parola ‘femminicidio’ che cominciò a diffondersi. In Italia nel 2008 Barbara Spinelli pubblicò ‘Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale’ e da quel momento in poi la parola iniziò a circolare anche nella lingua italiana.
Se il termine ‘femminicidio’ si richiama al termine ‘femmina’, è importante aprire lo sguardo anche su chi è femmina nel mondo animale. Come accade tra gli esseri umani, anche tra gli animali le femmine subiscono maggiori violenze rispetto ai maschi, soprattutto se si tratta di ‘animali da reddito’. Le scrofe sono tra le più disgraziate. Negli allevanti intensivi, il quadro che si presenta è drammatico. Ce lo spiega l’associazione Essere Animali che ha condotto un’indagine investigativa negli allevamenti di maiali «nei capannoni di gestazione le scrofe vengono tenute chiuse in gabbie singole poste in interminabili file. Nello stesso capannone di gestazione, isolati, ci sono alcuni maschi. La loro presenza e un loro passaggio quotidiano nei corridoi servono per stimolare gli ormoni e il calore delle scrofe. Al termine del giro di stimolazione il verro viene condotto in una stanza dove gli viene fatto montare un manichino con una vagina artificiale, in cui il seme viene prelevato e in seguito analizzato, diluito in dosi e utilizzato per inseminare. Quando stanno per partorire le scrofe vengono spostate nelle sale parto. Rispetto al reparto gestazione la loro vita non cambia, non hanno spazio per muoversi o voltarsi e tutto quello che possono fare è solo alzarsi, abbassarsi e guardare le sbarre di metallo. L’unico stimolo rimane il cibo. Il rischio di schiacciare i piccoli è altissimo; in natura la madre preparerebbe un giaciglio comodo di foglie e rami per accudire la propria prole. La pavimentazione costituita da grate di ferro o plastica, funzionale all’allevatore per ripulire le gabbie più velocemente, risulta terribile per i maialini che frequentemente rimangono incastrati con le piccole zampe nelle fessure provocando in alcuni casi la rottura degli arti nel tentativo di liberarsi. Chiaramente queste fratture non vengono in alcun modo curate per il semplice motivo che non interferiscono con la produzione. Dopo circa 2/3 settimane dalla nascita i cuccioli vengono allontanati dalla madre, questo distacco provoca in entrambe le parti un trauma indicibile. I maialini vengono trasferiti nel reparto ingrasso e per le madri ricomincia il tremendo ciclo. Tenendo conto che la gestazione dei maiali dura 4 mesi, vengono ingravidate 2 volte all’anno con la possibilità di partorire 12 porcellini per volta. La durata della vita di una scrofa dipende dalle sue prestazioni: viene uccisa appena ha problemi di parto, se si ammala o quando non partorisce abbastanza maialini. In media viene mandata al macello all’età di 2 anni dopo 3 o 4 gravidanze, se lasciata vivere in pace vivrebbe circa 18 anni».
Nell’industria del latte, le mucche sono macchine produttrici. I vitelli sono uno strumento seriale finalizzato a produrre latte. Appena partoriti vengono allontanati dalle madri; la separazione è traumatica e si manifesta con muggiti disperati. Chi non è allontanato è frustrato dall’impossibilità di essere allattato, impedito da un dispositivo, comunemente utilizzato in zootecnia, fissato al naso dei vitelli in modo che qualsiasi tentativo di succhiare il latte venga meccanicamente impedito: è la cavezza antisucchio, una tortura legalizzata che una madre non vorrebbe mai vedere applicata al naso del lattante. Se maschi, quindi incapaci di produrre latte, il loro destino è segnato: diventeranno carne, dato che nessun allevatore potrebbe permettersi di mantenere animali improduttivi. Se femmine, andranno a sostituire le madri, appena queste cominceranno a produrre meno latte, sfinite da un ciclo di gravidanze, mungiture e sofferenze fisiche e psicologiche. Lo stesso accade negli allevamenti che producono latte di pecora, capra e bufala. La vita delle femmine animali produttrici di latte è questa: ingravidate tutta la vita a ritmo incessantetramite il braccio del veterinario o le sonde da inseminazione; ridotte a rubinetti da cui scende latte tirato da mungitrici meccaniche; private del diritto dell’allattamento perché il loro latte ‘serve’ ai figli umani quando è dimostrato scientificamente che il latte non serve affatto; private del diritto della maternità. Anche le mucche da latte diventano carne: dopo 5-6 anni, vengono portate al mattatoio, ridotte ormai in condizioni così estreme per lo sfruttamento da non potersi più reggere in piedi da sole. Sono tristemente note come lemucche a terra.
Le galline, usate per carne e uova, sono il risultato di un’invasiva manipolazione genetica; quelle allevate per la carne sono state selezionate in modo da crescere velocemente ed essere macellate dopo appena una cinquantina di giorni.Considerato che una gallina potrebbe vivere anche fino a dieci anni, si tratta di animali giovanissimi. Il loro scheletro non riesce a stare al passo con un corpo che ingrassa così rapidamente pertanto sono vittime di paralisi che le porta anche alla morte. Le gabbie in cui vivono le galline non consentono l’espletamento di funzioni etologiche come ricercare il foraggio, covare le uova nei nidi, beccare sul terreno, distendere le ali e ciò determina frustrazione, stress, sofferenza fisica e psicologica. Negli allevamenti le gabbie possono essere impilate in altezza fino a quattro file, all’interno di enormi capannoni in cui è necessaria la ventilazione forzata, dato l’altissimo livello di ammoniaca prodotta dalle deiezioni degli animali. Le galline sono esposte di continuo alla luce artificiale che altera il loro naturale ciclo giorno-notte, evitando la riduzione del bioritmo dell’animale, al solo scopo di aumentare la produzione. Il pavimento in rete metallica delle gabbie provoca lesioni e deformazioni ai piedi e alle unghie che in natura si consumano durante la ricerca di cibo mentre nelle gabbie crescono a dismisura fino a ritorcersi e spezzarsi. Fragilità delle ossa, con conseguenti fratture e diffuse forme di osteoporosi sono situazioni normali in queste innaturali e insostenibili condizioni di allevamento. A causa della frustrazione e del sovraffollamento, le galline spesso si beccano e aggrediscono vicendevolmente, fino ad arrivare al cannibalismo. Nel tentativo di diminuire le lesioni fisiche causate da questo comportamento, le galline vengono ‘sbeccate’, rimuovendo loro un terzo del beccoanziché curare la causa, si cura l’effetto praticando una vera e propria mutilazione. Le galline hanno bisogno di distendere le ali, curare il piumaggio, fare bagni di terra, camminare alla ricerca di cibo, vivere in piccoli gruppi, cercare luoghi dove creare i nidi per le uova e per appollaiarsi. Tutto ciò è loro negato.
Le femmine animali aspettano il riconoscimento dei loro diritti di femmine e di madri e soprattutto aspettano di essere liberate da tanta violenza. Il paradosso di questa situazione è che neppure le femmine umane sfruttate, picchiate, violentate, schiavizzate, vendute, deturpate, emarginate, umiliate, discriminate, mercificate, uccise, riescono a comprendere le simili condizioni delle loro compagne di genere: femmine da latte, da mozzarella, da uova, da carne, da lana… e continuano a nutrirsi dei loro corpi martoriati in vita e in morte in nome di un’economia sanguinaria che calpesta anche la solidarietà femminile.