giovedì 12 gennaio 2017

Quando i giocattoli insegnano a sfruttare gli animali

Quando i giocattoli insegnano a sfruttare gli animali

Spesso, dietro al giocattolo, il messaggio è che l’animale debba essere allevato, macellato, cacciato
Vale sempre il detto secondo cui l’Epifania tutte le feste porta via. Finite le festività natalizie,arriva un gran sospiro di sollievo per coloro che le vedono come un peso. Non è così per milioni di bambini chevivono questo periodo con grande gioia per l’arrivo di regali, ovviamente quasi tutti giocattoli, che occupano un posto significativo nel business festaiolo appena concluso. Il giocattolo come noi lo conosciamo nella sua fisionomia di “prodotto industriale” è un fenomeno recente. Ovviamente i bambini hanno sempre giocato, per quanto fosse nelle loro possibilità, con giocattoli costruiti artigianalmente che negli ultimi decenni sono diventati prodotti seriali e hanno avuto una progressiva diffusione nella quotidianità della vita infantile.
Il ruolo del giocattolo nella vita dei bambini sfugge a ogni definizione in quanto oggetto complesso per i molteplici punti di vista da cui può essere osservato. Quelli che noi chiamiamo, in generale, giocattoli, nella realtà sono un insieme di oggetti variegati nelle modalità d’uso e nelle relazioni che il bambino vi instaura poiché è lui a deciderne la rilevanza nel contesto delle sue esperienze di gioco. Il giocattolo non si configura semplicemente come accessorio ludico ma svolge un’importante funzione nello sviluppo della personalità, attivando complesse dinamiche di tipo affettivo, meccanismi d’identificazione e di proiezione; ha un notevole potere educativo nel porre le basi per certi valori ed è per questo che la sua scelta deve essere fatta con grande responsabilità.

giocattoli sono anche una sorta di mass media per i bambini che da essi apprendono buona parte della conoscenza perché rivelano loro una realtà in miniatura; hanno un peso nell’introiezione di modelli sociali, di ruolo e di comportamento consentendo di rappresentare su scala ridotta aspetti del mondo reale. Sempre più genitori ne sono consapevoli e si comportano di conseguenza nell’acquisto. Il fatto che un giocattolo sia definito “educativo” assume un connotato positivo e rassicurante; al tempo stesso però deve esserci la consapevolezza dell’importanza della scelta del bambino dunque l’acquisto del giocattolo ha senso se poi viene apprezzato da chi lo riceve. Bisognerebbe sempre mediare tra la qualità educativa riconosciuta dall’adulto e la gratificazione ottenuta dal bambino.
Quello dei giocattoli è un mondo dal fascino irresistibile, anche per le persone adulte, madietro la sua magia nasconde un lato oscuro che non è solo quello dello sfruttamento del lavoro minorile per fabbricarli, dramma che merita un discorso a parte. Il mondo dell’infanzia è un bersaglio prezioso sul mercato e proprio quel mondo che dovrebbe essere tutelato più di ogni altro, è ricettacolo di ogni sorta di nefandezza: dal cibo, al vestiario, alla pubblicità, ai giocattoli… il corpo e la mente dei bambini sono oggetto di un sottile (ma neanche poi tanto) sfruttamento di cui neppure gli stessi genitori si accorgono. Si sfruttano i bambini per arrivare ai bambini che sono quindi nell’insieme un fine e un mezzo. Nel caso dei giocattoli, mostrare un bambino che gioca divertito è un astuto consiglio per gli acquisti. Osservando la merce esposta nei negozi di giocattoli, si trovano riproduzioni di attività umane finalizzate allo sfruttamento e alla morte degli animali: zoo,circo, acquario, maneggio, pesca, cacciaallevamento, addestramento sono alcuni dei modelli offerti all’infanzia in maniera così edulcorata da sembrare il paese delle meraviglie.
Il giocattolo non deve suggerire modelli violenti o aggressivi; molti genitori mostrano sensibilità ai temi della violenza e prendono una posizione di netto rifiuto soprattutto sulle armi ma su certi piccoli scenari del dolore mascherati da giochi la reazione di rifiuto non c’è, anzi, essi vengono spesso scambiati per isole felici quindi una buona occasione per avvicinare i bambini agli animali. I giocattoli sono strumenti ideologici: giocando alla guerra si sceglie da che parte stare ed è probabile che da quella parte si stia poi per tutta la vita. Se nelle mani di un bambino passa un carro armato, il bambino lo guida, così come guida un camion che porta gli animali al mattatoio : ci sono modellini di questi autoveicoli che lasciano senza parole per la crudeltà dei particolari.
Il messaggio che si ricava da questi giocattoli che hanno gli animali come protagonisti, loro malgrado, è che l’animale debba essere allevatomacellatocacciatopescato,domato,imprigionatosfruttato in ogni modo, inserito nel processo produttivo ed economico umano, tragicamente antropocentrico e specista, così che il bambino venga privato della vera conoscenza delle altre specie e allontanato dalle emozioni e dall’empatia riconosciuta dalla psicologia dell’età evolutiva come elemento importante nello sviluppo emotivo.

Questi giocattoli presentano al bambino il triste destino dell’animale come se esso fosse scontato; la serialità di recinti, gabbie, catene toglie la possibilità di ipotizzare uno scenario differente. Se il messaggio che si dà attraverso un giocattolo è che lo sfruttamento degli animali sia naturale, normale e necessario, il bambino difficilmente uscirà da questo schema nel resto della sua vita. Il giocattolo si trasforma in un modelloesercitando la sua funzione formativa e questo genere di modello prepara le giovani generazioni in modo da assicurarsi che l’olocausto animale sia perpetuo. Bisogna fare molta attenzione a non trasformare i nostri bambini in potenziali aguzzini perché anche i piccoli aguzzini crescono.
Se da una da una parte il bambino conquista il diritto al gioco e una significativa disponibilità di accesso ai giocattoli, dall’altra subisce i controlli e i criteri dell’adulto su questo campo d’esperienza che in passato era materialmente più povero ma anche più libero. La persona adulta ha un ruolo fondamentale come acquirente di giocattoli: esercitando “potere” sul gioco del bambino, ne può influenzare le scelte. Paradossalmente, più la persona adulta riconosce e valorizza il ruolo dei giocattoli, cosa certamente apprezzabile, più il bambino subisce condizionamenti da lei.
Nei casi in cui nel gioco si configuri un rapporto tra animale e bambino, bisogna riflettere sul fatto che l’esperienza ludica infantile, se è meno condizionata dalla presenza della persona adulta, è più spontanea e libera. C’è da chiedersi se a un bambino verrebbe mai in mente di fare schioccare la frusta da domatore sul corpo di un animale o di caricarlo sul camion per spedirlo al mattatoio. Forse sono le persone adulte a metterlo davanti a questi fatti come normali.

Se si vuole stare più sul “leggero”, nell’educazione non aiuta neppure l’infinita varietà di animali di stoffa, gomma o peluche agghindati con ogni sorta di orpello, truccati e vestiti come esseri umani.Antropomorfizzare gli animali non ha mai giovato e continua a non giovare alla loro liberazione dalla schiavitù, anzi, li rende sempre più oggetto del dominio umano: siamo noi a decidere che devono ridere, ballare, cantare e conciarsi come noi. Lo slogan “imparare giocando” è diventato una sorta di imperativo pedagogico e se si gioca a sfruttare un animale, si impara a farlo o ad acconsentire che lo si faccia. Giocando si impara e si guarisce pure.
«La Play Therapy è un ampio settore d’intervento terapeutico ed educativo che si fonda sul gioco per aiutare i clienti a limitare o risolvere le proprie difficoltà psicosociali e a ottenere una crescita e uno sviluppo ottimale. Il gioco è riconosciuto come un “diritto” per ogni bambino, in questo senso si è pronunciato l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite con la Risoluzione 44/25 del 20 novembre 1989. Il gioco concorre fattivamente allo sviluppo sociale, fisico e cognitivo, e in particolare contribuisce al benessere emotivo sia dei giovani che dei bambini. (…) Diversi autori fanno riferimento al gioco; Freud, Piaget, Vygotskij, Bruner, Ellis, Winnicott, Bateson, individuandone le principali caratteristiche: è utile per gestire e dominare eventi traumatici; consolida conoscenze e abilità; favorisce lo sviluppo del linguaggio; promuove la creatività; facilita un livello di stimolazione ottimale permettendo eccitazione e rilassamento; incrementa la capacità di testare e verificare la realtà. (…) È sulla base di queste osservazioni che possiamo dire che la Play Therapy utilizza il gioco come agente terapeutico (…) Il gioco possiede “poteri terapeutici” (…)».
Non si può certo pensare di usare come terapia il senso di dominio e di sfruttamento verso gli animali. Certi giocattoli dovrebbero essere rigorosamente vietati ma il giro di soldi che essi smuovono è talmente grande da rendere vano l’intervento preventivo di fior di psicologi che purtroppo devono poi fare un intervento riparatore. È proprio la presenza di certi giocattoli sul mercato che dà lavoro agli psicologi.
«Ero un bambino così povero che io e i miei amici non potevamo neanche permetterci un pallone, così ce lo immaginavamo. Giocavamo due minuti e poi stavamo due ore a discutere se era gol!» è una battuta di Valerio Peretti tratta da “Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano” di Gino e Michele, opera omnia, Baldini & Castoldi, 1995. Nella sua assurdità, ma neanche poi tanto perché è vero che non tutti i bambini del mondo possono permettersi un pallone, ci fa capire che per giocare non è sempre necessario un giocattolo. Il miglior giocattolo che abbiamo è il nostro cervello.