venerdì 24 febbraio 2017

La vita senza cellulare

Ringrazio la redazione de Lo Spiffero http://lospiffero.com/ per la pubblicazione.
Pier Carlo Lava. Alessandria
I cellulari esistono da tempo e ormai ne siamo talmente coinvolti al punto che per molti sono diventati come una protesi del proprio corpo, ma forse proprio questo è un motivo per il quale vale la pena di porsi una domanda. Come facevamo quando i cellulari non esistevano? Una domanda che a volte mi pongo e alla quale rispondo ricordando un fatto che mi è successo molto tempo fa. Correva l’anno 1980, all’epoca operavo come sales manager per la società Gazzoni di Bologna.
Nel periodo in questione i cellulari non esistevano ancora. Un venerdì sera come al solito lasciavo l’ufficio per ritornare a casa dopo una lunga settimana in trasferta. Alle 18 del pomeriggio nel mese di novembre in un gelido inverno con una nebbia fittissima (quelle di oggi ne sono solo un pallido ricordo) entravo in autostrada a Borgo Panigale e dopo qualche chilometro mi trovavo quasi improvvisamente davanti una colonna di auto ferme, ma fortunatamente procedevo a velocità ridotta e quindi riuscivo a frenare e mettermi in coda. Ricordo che dietro di me era arrivata un autoambulanza che stava rientrando dalla zona del terremoto dell’Irpinia, un evento sismico di circa 6,9 Richter e del decimo grado della scala Mercalli, che il 23 novembre 1980 alle 19.34 aveva colpito la Campania e la Basilicata, provocando circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti.

Dopo un po’ la colonna si muoveva ma fatti pochi metri si fermava e così con fermate e ripartenze si continuava per sei lunghe ore, nelle quali non era possibile telefonare, dato che nel tratto in questione non c’erano Autogril, il tempo per pensare, prendere appunti e leggere documenti di lavoro non mancava, c’era persino chi tra una lunga fermata e l’altra scendeva dall’auto (anche se buio, nebbia e gelo non erano certo invitanti) e faceva quattro passi per sgranchirsi le gambe.
Finalmente a mezzanotte arrivavo al casello di Modena Nord, dove c’era un’uscita obbligata e il casellante ci informava che l’autostrada era chiusa per incidenti sino a Piacenza. La nebbia continuava ad essere fittissima e con il buio della notte la visibilità era decisamente ridotta, ovviamente per tutti fermata la d’obbligo era al primo bar (fortunatamente ancora aperto) dove si era formata una lunga coda di persone in attesa del proprio turno per telefonare a familiari e amici per informarli di quello che era successo e sopratutto per tranquillizzarli e, nel attesa tutti al bancone del bar per un tè caldo. Ma per quanto mi riguardava e credo anche per molti altri, il viaggio non era ancora finito, dopo un po’ ripartivo, percorrendo sempre avvolto da una nebbia che si poteva tagliare con il coltello la via Emilia, unica soluzione per chi come il sottoscritto doveva rientrare in Alessandria.
Sempre in colonna e ad una velocità ridotta, dato che oltre al buio, e alla nebbia la strada era ghiacciata e quindi pericolosa, arrivavo a Piacenza e rientravo in autostrada e finalmente verso le 5.30 del mattino varcavo la soglia di casa.
Oggi con i cellulari questo fatto sebbene quando succede rappresenti ancora un inconveniente spiacevole e una perdita di tempo, sarebbe comunque meno stressante, dato che se non altro è possibile telefonare per comunicare con chi si vuole, o consultare il tablet per lavoro, informazioni o per passatempo. Ma se ci immedesimiamo all’epoca dei fatti la situazione era ben diversa, comunque alla domanda ome facevamo quando non c’erano i cellulari la risposta è semplice: “facevamo senza”, e si faceva quello che si doveva fare, il mondo girava lo stesso e dal mio punto di vista anche meglio di oggi.