martedì 14 marzo 2017

Cose che non hanno prezzo (Massimo Gramellini)

Chi rinuncerebbe a un milione di euro? Di primo acchito saremmo tentati di rispondere: nessuno. Se però si cambiasse la domanda, «Perché sareste disposti a rinunciarvi?», la risposta diventerebbe più problematica e anche più profonda, come testimonia la scelta di una famiglia di Varese. Padre, madre, zii. La loro Giada, diciassette anni, è stata investita sulle strisce da un automobilista incapace di frenare, prima, e rapidissimo nell’accelerare, poi. All’officina, dove si presentò con il parafango sfondato, disse di avere preso sotto un cinghiale e rimase sordo all’appello dei parenti della vittima e di una città intera. Fu scoperto egualmente e in questi giorni, con l’approssimarsi del processo, è arrivata puntuale la proposta di risarcimento.Alla base della decisione di respingerla esiste sicuramente una motivazione tecnica. Incassando quei soldi, i sopravvissuti di Giada avrebbero dovuto rinunciare a costituirsi come parte civile e la posizione dell’imputato si sarebbe alleggerita, creando le condizioni per shakerare il classico cocktail di sconti di pena all’italiana che trasforma le sentenze di condanna emesse dai nostri tribunali in un’indicazione di massima. Più che uno Stato di diritto, uno stato d’animo. Ma in quella scelta così fiera da parte di una famiglia che non naviga nell’oro si può leggere anche qualcos’altro. Qualcosa che oltrepassa i codici e le convenienze processuali. È l’affermazione che non tutto al mondo può essere quantificabile. L’amore per una figlia perduta, per esempio. E il pudore nel macchiarne il ricordo, accettando di monetizzarlo.
Da il corriere.it