lunedì 13 marzo 2017

È possibile tenere insieme fede, etica e vita politica?

Segnaliamo la recensione che Renato Balduzzi ha pubblicato sul settimanale “Il popolo”, dedicata agli scritti di Vittorino Colombo recentemente pubblicati su “i Quaderni della Brianza”.
Ufficio stampa del prof. Renato Balduzzi
Il libro che questa volta mi permetto di consigliare ai lettori de “Il popolo” appartiene a un genere un po’ speciale, di non facilissima reperibilità. Anzi, in senso stretto non è neppure un libro, nel significato di volume monografico o collettaneo, ma una rivista, “i Quaderni della Brianza”, fondata nel 1978 da Vittorino Colombo, più volte ministro e, nel 1983, presidente del Senato. Il direttore attuale della rivista, Franco Cajani, ha curato una raccolta degli interventi che Colombo, “laico consacrato nel mondo”, fece, firmando con il nome di “Vico”, dal maggio 1971 sino alla morte avvenuta nel 1996, sul foglio di collegamento e di formazione dell’Istituto Secolare Cristo Re, al quale l’uomo politico e statista brianzolo aveva aderito, poco più che ventenne, nella seconda metà degli anni Quaranta.
Ringrazio l’amico Gianfranco Astori, che me ne ha fatto dono: gli scritti contenuti nel volume costituiscono anzitutto una miniera di santità laicale, poi la dimostrazione che è possibile un modo “altro” di stare in politica, e infine l’occasione per ripercorrere con gli occhi di un protagonista l’ultimo quarto di secolo italiano e mondiale del Novecento.

Ha scritto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel testo posto in apertura del libro: per Vittorino Colombo, “la scelta di vita di laico consacrato non ha mai costituito una barriera né un privilegio. Piuttosto un esercizio di libertà. Un confronto incessante, severo, sulla coerenza con la propria fede. Un confronto che muoveva dall’intimo della coscienza e coinvolgeva la comunità di cui era parte”. Parole illuminanti.
Un esercizio di libertà. Quella libertà che stimolava Vittorino a chiedere di potere usufruire della Messa quotidiana a Pechino (egli fu uno dei promotori principali dell’attenzione alla Cina) o a Mosca, e che lo aveva indotto, giovanissimo operaio in una fabbrica “rossa”, a cominciare con il segno della croce il pasto di mezzogiorno nella mensa aziendale. Ma anche quella libertà che gli faceva non chiedere la scorta anche negli “anni di piombo”.
Un confronto incessante sulla coerenza con la propria fede. Proprio questo confronto è uno dei fili rossi delle meditazioni di Colombo, che diventano così quasi un diario interiore. Nel periodo più buio, nel disorientamento dei mesi e degli anni di Tangentopoli, egli dapprima si oppone alla tentazione di ritirarsi nel proprio guscio, di lasciare tutto; poi decide, dopo lo scioglimento della DC, di ritornare “nella seconda, terza, ultima fila a meditare, forse anche a purificare mente, cuore ed anche corpo”, così da avere “più tempo anche per pensare e pregare”. Consapevole che la DC non era stata sconfitta da altri, ma dai democristiani stessi, “per colpe nostre, per incoerenze rispetto agli ideali, per comportamenti non corretti, perché anziché servire la politica per il bene degli altri, della comunità, ci siamo serviti della politica per i nostri interessi personali o di gruppo, di corrente”.
Un confronto che coinvolgeva la comunità di cui era parte. Tutto il volume trasuda la presenza, autorevole e discreta, del prof. Giuseppe Lazzati, il fondatore dell’Istituto Secolare, il maestro, il padre. Colombo coglie esattamente due tratti fondamentali della pedagogia lazzatiana, quello di una indubbia radicalità evangelica (è meglio “lasciarsi dare del matto pur di non rinunciare ad essere quali il nome di cristiani ci domanda di essere”) e quello di una altrettanto indubbia fedeltà alla Chiesa: “Amate la Chiesa (...) Non vi accadamai di sentirla estranea o di sentirsi a lei estranei; per lei sia dolce lavorare, e, se necessario, soffrire. Che se in essa doveste, a motivo di essa, soffrire, ricordatevi che vi è madre; sappiate per essa piangere e tacere”. Dovevano essere proprio tratti fondamentali e caratteristici, se è vero che chi scrive li ha ritrovati spesso nel comportamento e nell’insegnamento di uno dei figli più luminosi della Chiesa tortonese, mons. Giuseppe Scabini, per tutti don Pino, affezionato all’Istituto Cristo Re e allo stesso Lazzati.
Mi sono chiesto, leggendo le riflessioni di Colombo, quale sia l’itinerario di coerenza che è chiesto a chi, come me, non ha fatto professione di laico consacrato, ma ha scelto la vocazione matrimoniale e familiare. La risposta non è difficile, e lo stesso “Vico” ce ne dà più volte lo spunto: stare nella politica e nelle istituzioni con lo stesso stile con cui si sta in famiglia, cioè naturalmente al servizio dei bisogni e delle legittime esigenze degli altri, con fedeltà e umiltà; valorizzare la presenza familiare e la famiglia-istituzione come un’icona della società più ampia, microcosmo del bene comune.
Di rilievo poi le due introduzioni contenute nel volume: la prima scritta da don Ennio Apeciti, attualmente rettore del Pontificio seminario lombardo, ma anche responsabile del Servizio cause dei santi della diocesi di Milano (e chissà che non abbia, in futuro, ad occuparsi del nostro autore); la seconda di Franco Cajani, volutamente rivolta a fornire materiali per una biografia di Vittorino Colombo, sinora rimasta nelle intenzioni dei suoi tanti amici ed estimatori.
Un cenno infine va fatto alla postfazione (tante prefazioni e postfazioni danno la misura dell'affetto di cui è stato ed è tuttora circondato lo statista e uomo politico brianzolo), scritta dal direttore dell’Archivio storico diocesano milanese, don Bruno Maria Bosatra, che conclude, parafrasando il titolo di un libro di Citterich dedicato a La Pira (Un santo al Cremlino), chiedendosi se non sia esagerazione “poter vedere in Vittorino Colombo un santo a Pechino”.
Renato Balduzzi