martedì 7 marzo 2017

Libia, la guerra (silenziosa) per i pozzi di petrolio

A rischio i successi ottenuti dalla Compagnia petrolifera nazionale negli ultimi mesi
Non si ferma la guerra per i pozzi di petrolio in Libia. Nuovi scontri, iniziati venerdì, mettono a rischio i successi ottenuti dalla Compagnia petrolifera nazionale negli ultimi mesi. Dall’estate, la situazione della sicurezza attorno alle maggiori installazioni energetiche era migliorata: da un minimo storico di quasi 200 mila barili al giorno, la Libia è arrivata a produrne 700mila nelle scorse settimane. È molto meno rispetto alla quota prodotta prima della rivoluzione del 2011 – 1,6 milioni –, ma è certo un successo per un Paese instabile, ancora diviso geograficamente e politicamente tra l’Ovest del governo di Fayez al-Sarraj, sostenuto dalle Nazioni Unite, e l’Est del generale Khalifa Haftar. È proprio il generale a essere di nuovo al centro degli eventi in queste ore. Le sue forze – l’autoproclamato Esercito nazionale libico – stanno tentando da venerdì di riottenere il controllo di due dei maggiori porti petroliferi del Paese: EsSider e Ras Lanuf, in Cirenaica. I rivali sono i membri di una milizia – le Brigate per la Difesa di Bengasi – allontanate dalla città di Bengasi proprio dalle truppe del generale. Haftar e i suoi uomini a settembre avevano conquistato questi porti assieme a quelli di Zueitina e Brega, per due anni nelle mani di un altro gruppo armato che aveva bloccato il loro funzionamento. Dopo aver tentato di vendere indipendentemente il greggio, Haftar ha iniziato a collaborare pochi mesi fa con la Compagnia nazionale del petrolio libica, la Noc. I soldi delle rendite energetiche dell’Est finiscono dunque, come quelli dell’Ovest, nelle casse della Banca centrale, assieme alla società energetica nazionale una delle poche istituzioni a muoversi trasversalmente rispetto alle divisioni politiche.  Continua a leggere…….