venerdì 10 marzo 2017

OLTRE AL CROCE STORIOGRAFO, CE NE SONO ALTRI, ALMENO UNO DISGUSTOSO

by Elvio Bombonato. Alessandria
Approvo totalmente quanto  afferma Salvator Ragonesi (Città futura) sul valore di Croce quale storico, teorico di storiografia (la storia è sempre contemporanea: fulminante indiscutibile definizione), l’erudito, definito da Contini “atleta della cultura” ricercatore instancabile di testi ignoti (penso all’affascinante libretto su Isabella di Morra, edito da Sellerio). 
Ma la dicotomia storia giustiziera o giustificatrice è stata sollevata da Vico e ripresa da Hegel,  e Croce non può spacciarla come sua.
Anche il Croce prosatore raggiunge altissimi livelli, secondo solo a Manzoni: la sua prosa è lenta, procede per progressione, con  incisi, anche polemici efficaci, e una sintassi maestosa, razionale e avvolgente. 
Ma mi fermerei qui.  La filosofia di Croce è un pastiche banale fra Kant e Hegel  (i 4 distinti, già dileggiati da Gentile: “una polemica minuta acre a poco edificante da ambo le parti” Abbagnano)),  distinti e non gli “opposti “di Hegel  (che ancora ghigna nella tomba  a Berlino)  è oggi risibile.
Il Croce critico letterario inesistente (a parte il saggio sull’Ariosto), anzi dannoso; aver considerato Carducci un grande  poeta, da tempo  giustamente ridimensionato, mentre il Carducci metricista sommo e storico della letteratura si piazza meritatamente appena dopo De Sanctis, per il suo rigore e le sue intuizioni.  Croce condanna in blocco il decadentismo, accusato di sporcizia morale (chi ? Svevo,  Pirandello,  Kafka ?), e riduce  un grande poeta, poliedrico, coltissimo, espertissimo sperimentatore come Pascoli a poeta per bambini.  Insomma, incomprensione totale per il secolo in cui è vissuto.
Aver definito Leopardi pessimista “per la sua vita strozzata” e i suoi “filosofemi”, “il malumore  una malattia che gli avvelenava il sangue”, giudizi  ricordati dal leopardista Gino Tellini ( “Leopardi” , Salerno 2016, p. 322) è puro  gossip:  quante volte all’Esame di Stato abbiamo sentito dire dai ragazzi “Beh, insomma, cioè, Leopardi era pessimista perché sfigato”.


Croce approvava solo il Leopardi lirico puro di pochi Canti tagliati a metà, senza aver capito che essi erano la resa poetica della sua filosofia (il più grande filosofo italiano lo definisce Mengaldo): basti guardare le date scrupolosamente apposte nello Zibaldone, che dimostrano inequivocabilmente (Blasucci docet) come prima venga  la filosofia di Leopardi, non sistematica (“pensiero in movimento” la definì Solmi)  ma geniale, e poi il poeta, che ha composto solo 41 Canti, non uno eguale all’altro metricamente.   
Eppure lo Zibaldone era uscito nel 1898, impresa meritoria coordinata  proprio da Carducci: del quale per paradosso  oggi sopravvive solo il pre-decadente e l’eccellente grammatico.
 La pretesa di distinguere e salvare in Dante la poesia pura (lirica) dalla noiosa superflua struttura, significa non aver compreso la cattedrale tomistica medioevale in cui consiste la Commedia, la sua grandezza universale, aldilà del fascino indiscutibile di singoli canti, alcuni di questi pur’essi tagliati a metà.
Del resto la celebre distinzione poesia/non poesia, tradotta in” distinzione tra bello e brutto” cosa significa in sostanza ? Ciò che mi piace è poesia, il resto no.
L’egemonia di Croce, favorita dal fascismo per dimostrare al mondo che anche un non (anti, non direi) fascista (solo quello del “ Manifesto” omonimo però, non è andato oltre) era rispettato nell’Italia della supposta dittatura, “ ha operato infaustamente nel tener lontane dalla cultura italiana alcune delle maggiori novità epistemologiche e scientifiche moderne, psicanalisi, linguistica, filosofia della scienza, positivismo logico (Mengaldo , La tradizione del Novecento , Quinta serie, Carocci, Roma 2017, pp.294-305).
Aver definito lo studio della morfologia applicato ai testi, e quindi rifiutato la critica stilistica (Auerbach ignorato, Spitzer frainteso), l’analisi testuale, con l’infausta etichetta dispregiativa di “critica degli scartafacci” la dice lunga sulla rigidità mentale del nostro.  Diciamo che non era portato;  gli “mancavano le basi”.  Come si fa a definire i Promessi sposi  un romanzo fallito (il ripensamento senile non conta: una paginetta contro un libro) perché rovinato dalla propaganda religiosa, senza neppure accorgersi della riforma linguistica manzoniana (Carducci, che detestava i manzoniani, richiesto dal ministro Broglio su quali libri far leggere al ginnasio, rispose “L’Eneide nella traduzione de Caro e i Promessi sposi”: quale lungimiranza! ma  Carducci fu prima di tutto un encomiabile carismatico uomo di scuola che amava insegnare, mentre Croce rifiutò persino di laurearsi, per snobismo, disprezzo , l’ essere valutato da persone ritenute inferiori, chissà.  Era benestante, non aveva bisogno di lavorare.   Contini disse che uno studioso si rende conto di possedere una disciplina solo nel momento in cui riesce a insegnarla ai propri allievi.  E Croce allievi non ne aveva, a parte quei pochi virtuali che leggevano la sua rivista, temutissima.
E ora veniamo al punto, a mio avviso,  più ripugnante:   Croce, senatore a vita e Accademico d’Italia, nel ’15 neutralista giolittiano dubbioso,  votò a favore del governo Mussolini, dopo il delitto Matteotti , rivendicato nella seduta del 3 gennaio 1925 “Se il fascismo è un’associazione a delinquere io sono il capo di questa associazione a delinquere, io mi  assumo la responsabilità civile morale e storica di quanto è avvenuto”, annunciando le legge  fascistissime, che infatti arrivarono immediatamente. 
Nulla aveva detto sull’assassinio (1923) di don Minzoni, parroco di Argenta, cappellano decorato della prima guerra mondiale, che rifiutava di fascistizzare il suo oratorio. Il suo tiepido e inconsistente “ Manifesto degli intellettuali antifascisti “ è solo una flebile risposta del suo litigio con Gentile.  
E stette pure zitto sull’assassino del suo caro amico Giovanni Amendola, di Gobetti, sul “quasi” assassinio di Gramsci, dei fratelli Rosselli, uccisi in Francia dall’OVRA. Alla guerra di Etiopia partecipò donando una medaglia (“l’oro alla patria”: le italiane davano le fedi in cambio di un cerchietto di ferro: basti vedere i filmati dell’Istituto Luce dell’epoca: ma almeno a lui, Mussolini muratore, mietitore ecc. non doveva apparire ridicolo?), guerra che per prima ruppe la pace mondiale;  Hitler, che lo dichiarò suo modello, venne dopo.  Del resto Mussolini piaceva anche a Churchill.  Silenzio sulla guerra di  Spagna, tiepido dissenso (non si recò a votare e rifiutò di compilare un questionario) sulle rivoltanti leggi antiebraiche, firmate, non dimentichiamolo, da Vittorio Emanuele III (vedi l’esaustivo saggio di Enzo Collotti, uscito da Laterza).  Certo l’idea di dimettersi da senatore non gli passò per la mente.  Antifascista, o meglio afascista, per usare un suo stilema, negli scritti,  ma nei fatti? Eppure lui stesso disse, sommessamente, che il regime lo usava come fiore all’occhiello.
Mi sembra abbia ragione la perfidia di Saba, rifugiato clandestino a Firenze e a Roma con la famiglia, perché sua madre era ebrea, nascosto dai poeti amici, che lui considerava rivali.
Da.  Umberto Saba, Scorciatoie e Raccontini, 1946:  ULTIMO CROCE
“ In una casa dove uno s’impicca, altri si ammazzano fra di loro, altri si danno alla prostituzione o muoiono faticosamente di fame, altri ancora vengono avviati  al carcere o al manicomio, si apre una porta e si vede una vecchia signora che suona – molto bene – la spinetta”. 
Perfetto, tranne il titolo, sostituibile da: CROCE DAL 1920 IN POI.  Membro liberale del governo Badoglio, che disprezzava, votò per la Monarchia nel referendum del 2 giugno ’46, dichiarandolo (oh, stavolta parlò). Certo, votò contro i Patti Lateranensi, l’articolo 7 della Costituzione, denunciò il trattato di pace iniquo, ma si trattava di posizioni di retroguardia, sconfitte ancora prima di iniziare. Coda di paglia? Disprezzava il Partito d’Azione, formato da intellettuali suoi discepoli, il più serio partito d’Italia dal 1861 ad oggi: sconfitto alle elezioni del ‘47, scomparve e si disperse in mille rivoli.
Ho riletto il celebre saggio (1966) di Contini “L’influenza  culturale di Benedetto Croce”, che si pone l’obiettivo di “riuscire postcrociani senza essere anticrociani”, e mi è apparso di nuovo un’operazione di dissimulazione onesta.   Contini fa a pezzi Croce, fingendo di esaltarlo: in 40 pagine (Altri esercizi,  Einaudi 1972) ci sono almeno 40 giudizi negativi (i saggi di Croce sono antologie, parafrasi, tautologie; la sua è una critica psicologistica, lo accusa persino di aver frainteso i poeti barocchi “il verme roditore” (parole di Croce) della poesia è l’ingegnosità (p.51).   Contini lo conosciamo, era capace di “uccidere” con giudizi soavemente perentori e citazioni scelte ad hoc. Né muta parere nel cappello su Croce della sua Antologia Sansoniana, in cui evidenzia solo un saggio autobiografico del 1915. La propria ferocia Contini la esercita nei propri scritti anche con le inclusioni e le esclusioni.
Persino Mengaldo, che nel suo “Profili di critici del Novecento” (Bollati Boringhieri 1998) salvava del Croce la prosa, o meglio la sintassi, e il saggio sull’Ariosto, nello studio sopracitato conclude: “la nozione di postcrocianesimo senza anticrocianesimo in Contini fu anche un po’ tattica e reverenziale” (p.305), “è oggi ancora adeguata per noi?”  Palese interrogazione retorica, che contiene in sé la risposta: no. 

Elvio Bombonato